PROLOGO - IL FIORE NERO - LM
IL FIORE NERO
di
Luca Milauro
Prologo
La prima volta che la vidi avvertii un senso di nausea a causa della sua natura ambigua: era come se un corvo si fosse posato su un campo di fiori bianchi.
Era un elemento di
discordia in quel posto, come una nota sbagliata sullo spartito.
Era come un fiore nero.
Era come un fiore nero.
Rimasi subito paralizzata e poi rabbrividii. Una sensazione di gelo intenso prese il sopravvento sul mio corpo, dominandolo come un mantello. Non trovavo le forze per reagire al magnetismo che mi teneva ancorata a terra. Mi trovai immobile senza riuscire a muovere un solo passo, nemmeno un muscolo. Anche lei stava perfettamente fissa davanti ai miei occhi con l’unica differenza che la sua era una scelta e la mia una conseguenza. Non riuscivo a smettere di guardarla. Era come una calamita ed io il debole metallo incapace di resisterle: ma era il timore a guidare l’attrazione, il timore per l’ignoto. Gambe e braccia si erano ammutinate al mio volere, insistendo nel mantenere la pavida posizione. Anche la misteriosa presenza aspettava ed, intanto, osservava.
Il timore lasciò
presto il posto ad un altro tipo di sensazione del tutto diversa: la curiosità,
la curiosità per l’ignoto. Chi era quell’uomo? O magari era una donna? Che età
aveva? E cosa ci faceva lì? Le domande affollavano la mia mente senza aspettare
il proprio turno. Paura e mistero prendevano e mutavano forma dentro di me
alternando il peso della loro influenza sull’incerta bilancia del mio stato
d’animo. Una cosa sola, però, restava e non cambiava, fedele come un vincolo di
sangue: il freddo. Quella figura di tenebra era fredda, fredda come la morte, e
l’inverno che emanava dalla sua esistenza era incredibilmente agghiacciante
sulla mia primavera. Restava immobile come la pietra dei gargoyles della grande
cattedrale che si ostinava a fissare. Io ero poco distante. Lei era
seminascosta dietro ad una siepe nella piazza al riparo da sguardi indiscreti a
parte il mio perché il mio non era indiscreto, ma era errante. Mi piaceva
osservare la gente, carpirne i comportamenti, capirne le cause, le ragioni che
provocavano azioni, reazioni o vuota indifferenza. Essere un’attenta
osservatrice faceva parte della mia natura, della mia persona. E quello
sconosciuto pareva qualcosa, anzi qualcuno, di completamente diverso da tutto
ciò che avevo incontrato fino a quel momento: sembrava un sicario per la sua
posa, un emarginato per l’apparente angoscia che lasciava trapelare. Era
sfuggente ed un cappuccio ed una mantella neri come la notte alimentavano quel suo
stato di evasione. Quel minuscolo frammento di esistenza era ignorato dai
miliardi di restanti pezzi che la componevano. Nessuno faceva caso ad esso.
Nessuno tranne me. Era solo. Solo in quella grande città. Fissava la cattedrale
senza permettere a niente ed a nessuno di distoglierlo dalla sua sacra
missione. La scrutava talmente intensamente da spogliarla quasi della sua pelle
di pietra e mattoni. L’edificio doveva essere la sua calamita, proprio come lui
era la mia: questione di chimica, questione di attrazione.
Notre-Dame era
bellissima.
Cominciò a
soffiare una lieve brezza che presto divenne vento e, quando mi sorprese
impreparata dalla sua rapida evoluzione, mi costrinse a sbattere le ciglia.
Un istante
soltanto.
Quando riaprii gli
occhi, la figura incappucciata era scomparsa ed il freddo invernale aveva
restituito a quella sera il suo naturale tepore primaverile.
La seconda volta che la vidi provai paura per il tempo di un solo brivido sinistramente familiare, non rimase altro dopo se non quella sensazione di freddo perenne che sembrava seguirmi ovunque come un’ombra. Sempre incappucciata, sempre avvolta nel suo mantello nero, sempre immobile, sempre solitaria ed esclusa agli occhi del mondo, isolata, quell’oscura figura fissava l’alta torre davanti a noi.
La seconda volta che la vidi provai paura per il tempo di un solo brivido sinistramente familiare, non rimase altro dopo se non quella sensazione di freddo perenne che sembrava seguirmi ovunque come un’ombra. Sempre incappucciata, sempre avvolta nel suo mantello nero, sempre immobile, sempre solitaria ed esclusa agli occhi del mondo, isolata, quell’oscura figura fissava l’alta torre davanti a noi.
Era tarda sera. I
turisti rumorosi riempivano le rues con gli scatti delle loro fotografie ed il
fragore delle loro risate, mentre gli abitanti parigini affrettavano il passo
per rientrare nelle proprie abitazioni dopo una giornata di normale routine. Lo
sconosciuto sostava solo in Place du Trocadéro, guardando al cielo già
orientato all’imbrunire. Non torceva un muscolo, non proferiva parola. Puntuale
nel suo rito privato. Sentivo il freddo ed anche la sua solitudine. Eppure lui
non era solo. Io ero con lui, anch’io sola. Eravamo lì l’uno per l’altra, in
fondo, in qualche modo, per quanto ambiguo che fosse. Del resto io ero l’unica
a sapere di quella nostra platonica e segreta relazione. O forse anche lui
sapeva di me?
La Tour Eiffel
era Incantevole.
Mi perdetti ad
ammirarla nonostante l’avessi impressa nella mia mente in ogni suo dettaglio e,
quando riabbassai lo sguardo a terra, l’incappucciato era di nuovo scomparso da
sotto il mio naso.
La terza volta che la rividi era trascorso molto tempo dal nostro precedente incontro.
La terza volta che la rividi era trascorso molto tempo dal nostro precedente incontro.
Questa volta non
ero sola, ma in compagnia di un uomo con il quale mi frequentavo da quasi sei
mesi. Cercavo stabilità emotiva dopo anni di felice convivenza con me stessa.
La vista di quello scuro individuo mi destabilizzò completamente e fece
crollare in un attimo il castello di carte che con difficoltà mi ero costruita
durante la sua assenza.
Ricordo che
accadde improvvisamente che la mia mano tremò e subito divenne ghiacciata. Era
un freddo che avevo già vissuto, diverso da qualsiasi altro perché impossibile
da scacciare. Rabbrividii inevitabilmente. La creatura solitaria stava
esattamente di fronte a me, solo qualche passo più in là, lungo le scalinate
della bianca basilica con lo sguardo rivolto a contemplarla. Mi estraniai.
Forse tutto quello che mi stava succedendo aveva un qualche significato o una
qualche ragione nascosta che io non riuscivo a cogliere. Non potevano essere
soltanto strane coincidenze tutti quei nostri continui incontri. Quella persona
aspettava me, voleva qualcosa da me, ne ero sempre più convinta. Ma cosa? E
perché proprio io? Altre domande ed altre mancate risposte mi diedero il
tormento. Scrollai la testa con forza e riuscii ad accantonarle.
Ritornai lucida ed
alzai lo sguardo: le Sacré-Coeur non era mai stata tanto affascinante.
Fu un attimo.
Lo sconosciuto si
voltò e, per la prima volta in tutte quelle volte, posò il suo sguardo sul mio.
Sapeva di me come io sapevo di lui. Lo capii nell’istante stesso in cui ci
fissammo. Mi guardò e fu come se un proiettile mi avesse attraversato in pieno
petto senza mezzi termini e senza foro di uscita.
Mi mancò il fiato.
Il mio cuore si
fermò.
Sentii le gambe
diventarmi molli ed incerte sul da farsi: se farmi cadere in terra o mantenermi
a stento in piedi. Sembrarono fortunatamente optare per la seconda scelta. Lui
non cambiò nulla di sé, rimase lo stesso: impassibile, incapace di corruzione.
Potevamo rifletterci negli occhi l’uno dell’altra. Il suo volto era schermato
dal buio degli abiti e potevo vedere soltanto le due scintille vivide degli
occhi illuminarglielo un poco. Era uno sguardo azzurro e glaciale, come l’aura
che emanava.
Fu allora, certo
che lo avessi visto fissarmi, che egli mi sorrise abbozzando un ghigno
con la bocca. Sentii ancora più freddo e, forse, inquietudine. Poi, lo vidi
rigirarsi su se stesso e fuggire via veloce, su per gli scalini di Montmartre.
Lasciai istintivamente la mano del mio compagno abbandonandolo tra la folla di turisti e corsi dietro all’uomo del mistero.
Lasciai istintivamente la mano del mio compagno abbandonandolo tra la folla di turisti e corsi dietro all’uomo del mistero.
Sapevo in cuor mio
che non sarei più tornata né da lui né da me stessa perché non sarei più
tornata com’ero.
To be continued..
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