CAPITOLO II - SIRENE - LM

IL FIORE NERO
di
Luca Milauro


Capitolo II
Sirene

Furono le sirene a riportarmi alla realtà.


Aprii lentamente e con fatica gli occhi rimasti chiusi troppo a lungo per essere ancora giorno e mi accorsi di sbagliare perché il tramonto era ormai scivolato via da molte ore e la luna aveva già preso posto in cielo sul suo trono tra le stelle.
Per quanto tempo ero rimasto svenuto? Troppo, di certo.
I ricordi erano confusi nella testa e vorticavano come su una giostra fuori controllo.

Ancora sirene.


Il loro suono acuto e perforante sembrava quasi un urlo umano di tormento.
Da dove provenivano? E quante erano?
Provai un dolore penetrante alla testa, improvviso ma intenso. Non ero ferito: emicrania, dunque, pensai.
Compresi di trovarmi steso a terra in parte madido di sudore ed in parte cosparso di liquidi nauseabondi colati in terra dai dintorni.

Sirene ed ancora sirene. E luci.

Cosa stava succedendo? E dove mi trovavo?
Ricordavo che mi trovavo seduto a bere latte e cacao da Shakespeare & Co. e che poi avevo rincorso l’ispirazione.
Rincorso. Avevo rincorso qualcuno.
Le luci proiettavano figure inquietanti, incredibilmente alte e snelle, sulle mura delle palazzine come in una specie di grande teatro di ombre cinesi. Strizzai gli occhi nel tentativo di vedere meglio, ma la mia vista era ancora in parte annebbiata e non metteva sufficientemente a fuoco. Provai infine a strofinare gli occhi con le nocche delle dita e questo aiutò.
Sirene. Luci.
Erano volanti della polizia.
Non ne avevo mai visto un dispiegamento di unità tale da mettere in subbuglio l’intera Parigi. Doveva essere successo qualcosa di grave.
La notte lugubre alimentava la sensazione impalpabile di terrore quasi reverenziale che era discesa con essa, sospesa nell’aria come una perfida nebbia.
Sentii una fitta al volto e dolore. Poi vidi il sangue colato ed ormai coagulato all’origine: ferita alla guancia sinistra. Adesso ricordai tutto.
La ragazza dai capelli di fuoco, il libro che le era caduto per via dell’aggressione subita, il suo assalitore. L’inseguimento, la svolta, il pugno in piena faccia.
Il mio tentativo di fare l’eroe era fallito miseramente, atterrato al primo colpo incassato, anche se l’uomo vestito di nero si era avvalso di un tirapugni eccezionale. Poco importa, ormai era scappato.
Mi sfiorai il taglio riportato sul volto e quello che vidi avvicinando il braccio mi sconvolse: indossavo gli abiti dello scippatore, lo stesso costume nero dotato di cappuccio e mantella. I miei erano spariti. Il ladro era scomparso. La polizia setacciava senza sosta l’intero centro abitato. Tutti i miei documenti ed effetti personali erano rimasti nei miei pantaloni. Capii subito cosa stava succedendo ed un domino di brividi arrivò ad abbattermi come ultimo tassello della sua diabolica catena: il ladro aveva scambiato i suoi abiti con i miei, così da potersi allontanare indisturbato dal luogo del reato e far ricadere l’intera colpa su di me se solo fossi stato colto in fragrante.
Se.
Ma.
Ma non era facile pensare di eludere una Parigi sorvegliata da intere forze di polizia. Il fuggitivo doveva essere un ricercato particolarmente pericoloso o un criminale già conosciuto alle forze dell'ordine perché un semplice scippo mobilitasse così tante unità armate. Mi fermai a pensare.
La processione di sirene scorreva incessante per le rues come un fiume in piena tra le febbrili luci artificiali delle auto pattuglie.
Cercai un appoggio di qualunque tipo per riuscire a rialzarmi e, tastando quasi alla cieca, lo trovai in un cassonetto dei rifiuti talmente pieno da rifiutare di chiudersi. Barcollavo. Mi reggevo a stento. Persi l’equilibrio ed un attimo dopo rovesciai in terra sia il mio corpo intorpidito sia il bidone ed il suo maleodorante contenuto. Il clangore metallico che seguì la caduta del coperchio fu talmente assordante che mi domandai preoccupato se i miei inseguitori lo avessero udito. Restai sdraiato in terra sull’asfalto di quel lurido vicolo per qualche minuto per non correre rischi. Nessuno accorse. Mi trascinai allora a fatica verso un altro cassonetto e riprovai a sollevarmi dal mio giaciglio di cocci di vetro ed umidi avanzi.
Fu allora che lo vidi.
L’occhio.
Era proprio lì davanti a me, a fissarmi senza battere ciglio. Grande, spalancato, azzurro e freddo come il ghiaccio.
Le sue linee erano perfette: era un tatuaggio eseguito a regola d’arte, assolutamente esatto in ogni sua proporzione.
E stava lì impresso sul mio polso destro.
Quell’occhio sembrava vivo.
La sua vista mi turbò: era un estraneo sul mio corpo. Solo poche ore prima non c’era: come era possibile? Cosa diamine era accaduto in quelle ore di vuoto che la mia mente non aveva potuto registrare? Non so come di preciso ma caddi nuovamente a terra, forse scivolando forse perdendo la presa. Questa volta il cassonetto sbatté sul suolo bagnato trascinandone con sé altri due nella sua rovinosa caduta. Il tonfo fu di proporzioni quasi epiche. Mi accucciai su di loro e fu più facile alzarmi in piedi. Ma il danno ormai era fatto. La catena di sirene lanciate a tutta birra per le strade di Parigi fu spezzata in un suo anello: una sirena smise di ululare e la sua luce blu pulsante stazionò all’imbocco della via a fondo chiuso nella quale ero prigioniero. La portiera della volante sbatté forte e ne vidi scendere la sagoma di un poliziotto. Lo vidi puntare una torcia nella mia direzione ed avanzare dentro il cono di luce generatosi. La prepotenza della sua voce non tardò a raggiungere le mie orecchie.
“Chi c’è là? Ehy, dico a te, laggiù. Non ti muovere!”, gridò e notai i suoi passi accelerare il ritmo man mano che il cammino gli si rivelava davanti.
Feci un sunto della mia disperata situazione: ero solo, in trappola, non al pieno delle mie forze e disarmato ed agli occhi della polizia ero soltanto uno sporco criminale che non avrebbe avuto alcun diritto di parola se non in presenza di un avvocato. E poi c’era il mio avversario: poliziotto, presumibilmente energico, sicuramente armato e quest’ultimo fatto era più che sufficiente a condurmi alla sconfitta certa ancor prima di iniziare a opporre qualsivoglia tipo di resistenza. In definitiva ero fottuto, passatemi il termine nonostante sia uno scrittore e potessi trovare un sinonimo più consono.
Attesi immobile la mia sorte sforzandomi di trovare una via di fuga, una soluzione, che però tardava ad arrivare. L’ufficiale di polizia era a pochi passi da me. Adesso potevo distinguere chiaramente l’origine del faro di luce scaturito dalla torcia ed anche la pistola impugnata saldamente nell’altra mano della giustizia, il dito premuto sul grilletto e pronto a fare fuoco se solo avessi mosso un passo falso. Iniziai a sudare freddo. Una goccia scivolò inizialmente lenta infine rapida lungo la mia fronte già imperlata, cascando di sotto e scoppiando come un minuscolo gavettone al centro dell’occhio del tatuaggio. Sembrava quasi che l’occhio piangesse.
“Ehy, topo di fogna! Dico a te! Mani ben alzate e dietro la testa! Voltati! Niente scherzi!” l’ordine urlato dall’agente di polizia mi sorprese distratto mentre fissavo l’ipnotico tatuaggio sul mio polso. Era a pochi passi da me. Poggiò la torcia sul coperchio di un bidone orientato in modo tale da lasciarci illuminati. Con la mano ora libera lo vidi estrarre le manette dalla cintola pronto ad usarle. Continuava a tenere puntata la canna della pistola dritta su di me. Non avevo alcuna possibilità di farla franca. Occorreva un miracolo.
“ Ho detto mani dietro la testa e voltati, avanti! Fallo, ora!”, inveii quello.
Ma la mia attenzione era rivolta altrove: l’occhio di ghiaccio aveva cominciato a pulsare e bruciare ed ad emettere una luce sempre più abbagliante.
“Resta fermo! Non ti muovere o sparo, giuro che sparo!” gridò l’agente tra la collera ed il timore.
Ma non potevo dargli ascolto: era come se il tatuaggio avesse vita propria, prendesse ogni sua decisione da solo.
Udii due rumori ben distinti: il primo fu come uno sbattere di ciglia ed il secondo la pressione di un dito su un pulsante di metallo.
Occhio e pistola.
Un’esplosione di luce e lo scoppio di uno sparo.




To be continued..


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